Maria Antonietta Catania, Dipartimento Clinico e Sperimentale di Medicina e Chirurgia, Università di Messina
Il sitaxentan è il terzo farmaco per via orale approvato per il trattamento dell’ipertensione arteriosa polmonare (PAH) in adulti con marcata limitazione dell’attività fisica (1).
I pazienti con PAH hanno un’elevata concentrazione di endotelina 1, un peptide che legandosi al recettore A per l’endotelina causa vasocostrizione, mentre legandosi al recettore B causa vasodilatazione. Il sitaxentan, mediante antagonismo sul recettore A, determina una riduzione della pressione arteriosa (2).
Il trattamento orale standard per la PAH è il bosentan, un altro antagonista del recettore dell’endotelina, in grado di alleviare la sintomatologia. Il bosentan sembrerebbe anche in grado di aumentare il tasso di sopravvivenza a 2 anni (89% vs il 57% dei controlli) (3,4).
Sitaxentan non è stato confrontato con bosentan e non sono disponibili al momento dati relativi alla sopravvivenza (1).
Sono stati condotti 3 trial placebo-controllati (uno della durata di 12 settimane, gli altri di 18 settimane) che hanno coinvolto nel complesso 516 pazienti. I 3 trial hanno usato come outcome la variazione nella distanza che i pazienti possono percorrere in 6 minuti (Six-Minute Walk Test, 6MWT) (1,2).
Nello studio di 12 settimane, i pazienti al basale potevano camminare per circa 400 metri in 6 minuti. Al termine dello studio i pazienti trattati con sitaxentan 100 mg (dose che nei vari studi si è dimostrata quella con il miglior profilo rischio/beneficio) potevano coprire una distanza superiore di 35 metri rispetto al placebo (2).
Negli studi della durata di 18 settimane, i pazienti al basale potevano camminare per circa 322-361 metri. Dopo il trattamento, i pazienti che avevano assunto sitaxentan 100 mg potevano coprire una distanza superiore di 25-31 metri rispetto al placebo. E’ stato inoltre registrato un miglioramento delle condizioni cliniche nel 12-25% dei pazienti (2).
Nel complesso, il sitaxentan ha mostrato limitati benefici funzionali nel 6MWT dopo 12-18 settimane di trattamento (1). Inoltre, nei trial sono stati coinvolti sia pazienti con forme meno severe di malattia (classe II secondo la classificazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – OMS) sia quelli con forme più gravi (classe III e IV), ma il farmaco è stato autorizzato solo per i pazienti con una patologia di classe III. Nelle indicazioni è specificato anche che il farmaco è approvato per il trattamento di pazienti affetti da ipertensione polmonare primaria e ipertensione polmonare associata a patologie del tessuto connettivo (2).
Il profilo di sicurezza del sitaxentan non è migliore del bosentan e gli eventi avversi più comuni sono stati: vasodilatazione, danno epatico, anemia grave, edema periferico, congestione nasale ed epistassi. Il sitaxentan può aumentare i livelli della transaminasi ed è quindi necessario monitorare costantemente la funzionalità epatica durante il trattamento (1-3). Il sitaxentan si è dimostrato teratogeno nel ratto ed ha un alto potenziale di interazioni farmacologiche. Infatti, è un inibitore del CYP2C9 e riduce il metabolismo della warfarina, rendendo necessario un aggiustamento della dose in caso di assunzione concomitante. Non sono stati effettuati studi relativi ad associazioni terapeutiche (3,5-8).
Non è chiaro se il sitaxentan presenti qualche vantaggio rispetto al bosentan, che è quindi da preferire nel trattamento della PAH ed è improbabile che i pazienti che non hanno risposto al bosentan rispondano al sitaxentan (2,3).
Bibliografia
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